L’accordo commerciale recentemente annunciato tra Stati Uniti e Unione Europea, presentato come un passo avanti verso una maggiore cooperazione economica, rischia in realtà di tradursi in un grave svantaggio per l’Italia. Dietro la retorica del libero scambio si cela infatti una dinamica fortemente asimmetrica, che penalizza i settori più rappresentativi del Made in Italy e compromette la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali.dazi USA Italia
L’Italia registra un avanzo commerciale con gli Stati Uniti superiore ai 44 miliardi di dollari, con esportazioni che superano i 76 miliardi. Tuttavia, proprio i comparti che trainano questa performance, agroalimentare, moda, meccanica di precisione, arredamento e artigianato, sembrano destinati a restare esclusi dai benefici tariffari previsti dall’intesa. Questa impostazione non solo contraddice il principio di neutralità commerciale, ma genera un doppio squilibrio: danneggia le nostre filiere produttive e favorisce indirettamente concorrenti esteri meno esposti a barriere doganali.
A pagare il prezzo più alto sarebbero, come spesso accade, le piccole e medie imprese, che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare un contesto commerciale più oneroso e meno accessibile, e che sono fortemente dipendenti dai mercati esteri per la propria sopravvivenza. Il rischio concreto è che questo sbilanciamento disincentivi anche gli investimenti diretti esteri nelle filiere italiane più vulnerabili, minando le prospettive di crescita e sviluppo a lungo termine.
Le conseguenze economiche non sono trascurabili. Secondo simulazioni basate su modelli previsionali elaborati da Confindustria e ICE, si prevede una perdita potenziale di oltre 118.000 posti di lavoro, una contrazione del PIL pari allo 0,25% nel 2025 che potrebbe arrivare allo 0,8% entro il 2027, e un incremento dell’inflazione al consumo stimato intorno allo 0,6%. Questo impatto avrebbe effetti regressivi sul potere d’acquisto delle famiglie italiane, già messe a dura prova dal caro-vita e dall’instabilità dei prezzi energetici.dazi USA Italia
Sotto il profilo giuridico, l’accordo presenta profili di criticità che non possono essere ignorati. L’esclusione di alcuni Stati membri dai vantaggi sostanziali della nuova intesa rischia di configurare una violazione del principio di parità tra Stati (art. 18 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), oltre a contrastare con gli obiettivi di coesione economica e territoriale sanciti dall’art. 174 TFUE. Si può inoltre ravvisare una possibile lesione del principio di leale cooperazione tra istituzioni e Stati membri, stabilito all’art. 4.3 dello stesso Trattato. Particolarmente preoccupante è l’assenza di una clausola di revisione automatica, che impedisce qualsiasi adeguamento futuro e cristallizza nel tempo uno squilibrio strutturale a danno dell’Italia, senza alcun margine di riequilibrio o correttivo.
Alla luce di tutto ciò, è necessario che il Governo italiano intervenga con determinazione, chiedendo l’introduzione di una clausola di revisione automatica dell’intesa, l’attivazione di un fondo europeo di compensazione ispirato al Just Transition Fund per sostenere le imprese maggiormente colpite, e valutando, in assenza di garanzie adeguate, la sospensione della ratifica dell’accordo da parte dell’Italia.
“Difendere il Made in Italy non significa chiudersi al commercio globale, ma pretendere che le regole del gioco siano eque e bilanciate per tutti. Un accordo commerciale può dirsi equo solo se garantisce pari condizioni agli Stati coinvolti, senza marginalizzazioni. L’Europa non può permettersi di sacrificare uno dei suoi principali motori manifatturieri per assecondare un’agenda negoziale geopoliticamente orientata. È compito della Commissione europea garantire che nessun Paese venga lasciato indietro in nome di una presunta stabilità strategica. Difendere oggi l’interesse industriale italiano significa, in ultima analisi, tutelare l’equilibrio economico e sociale dell’intera Unione europea.”