La separazione delle carriere nella logica del giusto processo

Ogni riforma autentica della giustizia dovrebbe partire da una domanda semplice e fondamentale: il nostro sistema è davvero coerente con i principi costituzionali che afferma di tutelare? Nel caso della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, la risposta non può più essere elusa. Non siamo di fronte a una disputa ideologica né a una contrapposizione politica contingente, ma a una questione strutturale che riguarda l’essenza stessa del giusto processo e la credibilità della giurisdizione nello Stato di diritto.Separazione carriere giustizia

Con il codice di procedura penale del 1988 e con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, l’Italia ha scelto un modello accusatorio fondato sulla parità delle parti e sulla terzietà del giudice. Tuttavia, a questa svolta di principio non è mai seguito un adeguamento dell’ordinamento giudiziario. La magistratura continua a essere organizzata secondo una logica unitaria, concepita in un’epoca in cui il pubblico ministero era considerato un soggetto prossimo al giudice e non una parte processuale in senso pieno. Questa mancata armonizzazione ha prodotto una frattura sempre più evidente tra i valori proclamati e la struttura che dovrebbe renderli effettivi.

La terzietà del giudice non è un concetto astratto né una mera qualità soggettiva. È una garanzia che deve essere visibile, riconoscibile, priva di ambiguità. La giurisprudenza europea ha chiarito che la giustizia non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale. In questo quadro, l’attuale assetto italiano presenta una criticità difficilmente superabile: pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine, accedono alla carriera con lo stesso concorso, condividono la formazione, sono governati dal medesimo organo di autogoverno e possono, nel corso della vita professionale, passare da funzioni requirenti a funzioni giudicanti. Non è in discussione l’integrità o la professionalità dei magistrati, ma la coerenza di un sistema che non garantisce una separazione istituzionale chiara tra chi accusa e chi giudica. Separazione carriere giustizia

Il pubblico ministero italiano rappresenta un unicum nel panorama europeo. È indipendente dal potere politico quanto il giudice, ma esercita una funzione che è, per sua natura, di parte. Dirige le indagini, coordina la polizia giudiziaria, formula l’imputazione e sostiene l’accusa in giudizio. È un ruolo essenziale per la tutela della legalità, ma non può essere confuso con quello del giudice, chiamato a valutare con imparzialità proprio l’operato dell’accusa. In un processo autenticamente accusatorio, l’appartenenza allo stesso corpo professionale di chi accusa e di chi giudica non è una neutralità rafforzata, ma una ambiguità strutturale.

Il punto centrale, ancora una volta, è la fiducia. Il cittadino deve poter entrare in un’aula di tribunale con la certezza che chi lo giudica sia istituzionalmente e culturalmente distinto da chi lo accusa. Deve sapere che il giudice non ha mai esercitato, né potrà esercitare, funzioni requirenti e che non appartiene allo stesso sistema di carriera del pubblico ministero. Solo questa distanza rende credibile la terzietà e rende concreto il principio di parità delle parti. Quando tale distanza manca, il processo rischia di apparire squilibrato, anche quando è formalmente corretto. Separazione carriere giustizia

Separare le carriere non significa indebolire il pubblico ministero né sottoporlo al controllo politico. Una riforma seria deve invece rafforzarne l’autonomia, prevedendo per la magistratura requirente un proprio organo di autogoverno, autonomo e costituzionalmente garantito. La separazione non è una sottrazione di garanzie, ma una loro razionalizzazione. È la chiarezza dei ruoli, non la loro sovrapposizione, a rafforzare l’indipendenza di ciascuno.

Nel contesto europeo, l’Italia resta una eccezione. La quasi totalità degli ordinamenti ha da tempo adottato carriere distinte per giudici e pubblici ministeri, riconoscendo che solo una separazione ordinamentale consente di rendere effettivo il principio del giusto processo. Continuare a difendere un modello superato significa rinviare una riforma che non è più rinviabile e accettare una distanza crescente tra il nostro sistema e gli standard di tutela dei diritti.

La separazione delle carriere, nella logica del giusto processo, non è una riforma contro qualcuno, ma una riforma per la giustizia. È il completamento necessario di un percorso avviato oltre trent’anni fa e mai portato a termine. È la condizione per restituire al giudice una terzietà piena e riconoscibile e al pubblico ministero una collocazione chiara, forte e autonoma. È, soprattutto, un atto di responsabilità verso i cittadini, che hanno diritto a una giustizia non solo equa, ma anche chiaramente e inequivocabilmente tale.

Francesco Tanasi
Segretario Nazionale Codacons

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