Il maltempo che nei giorni scorsi ha colpito vaste aree della Sicilia, da Catania a Messina, da Siracusa al Palermitano, non è stato un evento ordinario né un semplice disagio temporaneo. Ha prodotto danni seri e diffusi: abitazioni danneggiate, famiglie costrette a lasciare le proprie case, imprese in difficoltà, infrastrutture e collegamenti interrotti, territori rimasti isolati. Eventi analoghi hanno interessato anche la Calabria e la Sardegna, con conseguenze rilevanti sul piano infrastrutturale, economico e ambientale, ampliando ulteriormente il perimetro di un’emergenza che ha coinvolto più territori del Paese. Silenzio mediatico
Di fronte a eventi di questa portata, sarebbe legittimo attendersi un’attenzione costante e proporzionata anche a livello nazionale. E invece, accanto alla doverosa cronaca locale, si è registrato un dato che non può essere ignorato: il rapido affievolirsi dell’attenzione dei media nazionali. Un silenzio che non è soltanto informativo, ma che finisce per assumere anche un significato politico e civile.
In una democrazia matura, l’informazione svolge una funzione essenziale. Non si limita a raccontare i fatti, ma contribuisce a determinare quali eventi entrano stabilmente nell’agenda pubblica e quali, invece, ne escono rapidamente. Quando l’attenzione si spegne troppo presto, anche un’emergenza grave rischia di essere percepita come ordinaria e, di conseguenza, progressivamente rimossa dal dibattito nazionale.
È difficile non rilevare come, in altre circostanze, eventi analoghi abbiano ricevuto una copertura mediatica più intensa e duratura, capace di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e di sollecitare risposte politiche tempestive. Quando invece a essere colpite sono aree già strutturalmente fragili, come molte zone del Mezzogiorno e delle Isole, la narrazione tende spesso a ridursi, quasi a suggerire che le conseguenze siano meno rilevanti o meno urgenti.
Questo meccanismo non è neutro e produce effetti concreti. Un’informazione diseguale contribuisce a creare una gerarchia implicita delle emergenze e, di riflesso, una gerarchia dei diritti. È qui che il tema smette di essere esclusivamente mediatico e diventa anche giuridico e istituzionale. Maltempo in Sicilia
Il principio di uguaglianza, che costituisce uno dei pilastri del nostro ordinamento, non può restare confinato a un’enunciazione formale. Esso richiede che situazioni analoghe ricevano attenzione e considerazione analoghe. Quando ciò non avviene, si alimenta, anche inconsapevolmente, l’idea di un Paese diviso, in cui alcune comunità sono immediatamente visibili e altre restano ai margini.
Il silenzio mediatico ha conseguenze dirette: attenua il senso di urgenza, indebolisce la pressione sull’intervento pubblico e rallenta l’adozione di misure adeguate. In questo modo, al danno provocato dalla calamità naturale se ne aggiunge un altro, meno evidente ma non meno grave: l’invisibilità istituzionale di cittadini, famiglie e imprese che attendono risposte. Silenzio mediatico
Non si tratta di rivendicare privilegi né di alimentare contrapposizioni territoriali. Si tratta di affermare un principio semplice e universale: davanti alle calamità non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B. La tutela dei diritti, dell’ambiente e dell’economia locale passa anche attraverso un’informazione equa, continua e responsabile.
Rompere il silenzio non è un gesto polemico, ma un dovere civile. Significa ricordare che ciò che accade in Sicilia, in Calabria e in Sardegna riguarda l’intero Paese. Anche l’informazione nazionale è chiamata a fare la propria parte, portando all’attenzione di tutti gli italiani le conseguenze concrete e spesso devastanti di questi eventi, affinché la loro reale portata emerga con chiarezza e contribuisca a sensibilizzare le istituzioni verso interventi tempestivi, adeguati e strutturali.
Francesco Tanasi
Segretario Nazionale Codacons