Proteggere la natura non basta

Per anni abbiamo pensato che difendere la biodiversità significasse soprattutto creare parchi, riserve e aree protette. È stato necessario e continua a esserlo. Ma oggi sappiamo che non basta.connettività ecologica

La natura non vive entro i confini che tracciamo sulle carte. Un bosco può essere tutelato e, allo stesso tempo, restare isolato. Un fiume può attraversare un’area protetta e poi proseguire tra cemento, argini artificiali e territori degradati. Una specie può trovare rifugio in una riserva, ma avere sempre meno possibilità di spostarsi, nutrirsi e riprodursi.

È questo uno dei nodi centrali della crisi della biodiversità. Non stiamo perdendo soltanto singoli habitat: stiamo spezzando i collegamenti che permettono agli ecosistemi di funzionare.connettività ecologica

La frammentazione del territorio è una minaccia meno visibile di un incendio o dell’abbattimento di una foresta, ma può produrre effetti altrettanto profondi. Strade, ferrovie, nuove costruzioni, aree industriali e consumo di suolo dividono ambienti che un tempo erano continui. Il verde può restare sulla carta, mentre dal punto di vista ecologico il territorio si trasforma progressivamente in una somma di isole separate.

I dati europei mostrano quanto il problema sia serio. Gran parte degli habitat tutelati nell’Unione europea continua a trovarsi in condizioni non soddisfacenti. Anche in Italia il fenomeno ha dimensioni rilevanti: secondo ISPRA, nel 2024 il 42,41 per cento del territorio nazionale risultava classificato a frammentazione elevata o molto elevata.

È un dato che dovrebbe far riflettere.connettività ecologica

Possiamo aumentare il numero delle aree protette, ma se ciò che le circonda diventa sempre più difficile da attraversare per le specie, rischiamo di conservare luoghi formalmente tutelati ma, nel tempo, sempre più fragili.

Per molte specie animali e vegetali potersi spostare è essenziale. Serve per trovare cibo e acqua, raggiungere aree di riproduzione, colonizzare nuovi ambienti e adattarsi ai cambiamenti. In una fase segnata dall’aumento delle temperature, dalla siccità e dall’alterazione degli equilibri climatici, questa possibilità diventa ancora più importante.

È qui che entra in gioco la connettività ecologica.

Una siepe tra due terreni agricoli, una fascia alberata lungo un corso d’acqua, una zona umida recuperata o due boschi nuovamente collegati possono sembrare elementi marginali. In realtà rappresentano passaggi fondamentali per la sopravvivenza di molte specie.

Non servono soltanto grandi parchi. Serve un territorio capace di restare permeabile alla vita.

Questo impone anche un modo diverso di progettare città, strade, infrastrutture e aree agricole. Prima di trasformare un territorio dovremmo chiederci non soltanto quanto spazio stiamo occupando, ma anche quali equilibri stiamo modificando e quali connessioni rischiamo di interrompere.

Per troppo tempo abbiamo misurato l’impatto ambientale soprattutto in termini di superfici. Oggi dobbiamo imparare a valutare anche le relazioni che quelle superfici rendono possibili.

La nuova politica europea sul ripristino della natura nasce proprio da questa consapevolezza. La sfida non è più soltanto conservare ciò che è rimasto, ma recuperare almeno una parte di ciò che è stato degradato.

Significa restituire spazio ai fiumi, recuperare zone umide, ricostruire fasce vegetate, rendere nuovamente permeabili alcuni suoli, collegare habitat separati e riportare più verde anche all’interno delle città.

È un passaggio decisivo.

Proteggere significa evitare che il danno aumenti. Ripristinare significa riconoscere che, in molti luoghi, il danno è già avvenuto e provare a invertire la rotta.

Anche l’Italia è chiamata a tradurre questa impostazione in interventi concreti attraverso il Piano nazionale di ripristino della natura. Ma la qualità di un piano non si misura nelle pagine scritte.

Si misura nei territori.

Bisognerà vedere quanti fiumi riusciranno a recuperare una maggiore naturalità, quante zone umide saranno realmente restaurate, quanto verde urbano diventerà parte di una vera rete ecologica e quante nuove infrastrutture saranno progettate tenendo conto, fin dall’inizio, della continuità degli habitat.

Perché la biodiversità non riguarda soltanto animali rari, boschi lontani o paesaggi incontaminati.

Riguarda anche noi.

Ecosistemi in buone condizioni aiutano a trattenere l’acqua, limitano l’erosione, favoriscono l’impollinazione, contribuiscono a regolare le temperature e rendono i territori più capaci di affrontare siccità, alluvioni e altri eventi estremi.

La natura, dunque, non è soltanto lo scenario nel quale viviamo. È parte dell’equilibrio che rende possibile la nostra stessa vita.

Per questo non possiamo più misurare il successo delle politiche ambientali contando soltanto quanti ettari abbiamo dichiarato protetti.

Dobbiamo chiederci in quali condizioni si trovino realmente quei territori e, soprattutto, che cosa accada fuori dai loro confini.

È proprio nello spazio tra un’area protetta e l’altra che si gioca una parte decisiva del futuro della biodiversità: nei campi, lungo i fiumi, nelle periferie, sulle coste, ai margini delle strade e in quei piccoli spazi naturali che raramente finiscono nelle fotografie, ma che permettono alla vita di continuare a muoversi.

Proteggere parchi e riserve resta indispensabile. Ma oggi dobbiamo fare un passo in più: proteggere anche ciò che li unisce.

La natura non è fatta di luoghi separati. È una rete di relazioni. E quando quella rete viene spezzata, salvare le singole parti non basta.

Bisogna tornare a metterle in connessione.

Francesco Tanasi

Immagine generata con IA.

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