Italiani più poveri, ma nessuno risponde: silenzio politico sul crollo dei salari reali

L’Italia è oggi il Paese occidentale in cui i salari reali sono scesi maggiormente rispetto all’epoca pre-pandemica.crollo salari

È quanto certifica l’ultimo rapporto OCSE, secondo cui i lavoratori italiani hanno perso quasi l’8% del proprio potere d’acquisto in termini reali. Un dato che, al netto di ogni retorica, è tecnico e inconfutabile. Ed è proprio partendo da qui che occorre riflettere, con serietà e senso della misura.

Il problema non è solo economico, ma politico. In un sistema avanzato, quando si verifica un crollo così significativo della capacità di spesa delle famiglie, il tema dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico. E invece assistiamo a un silenzio generalizzato, istituzionale, quasi rassegnato. Un’indifferenza che si traduce in immobilismo normativo e assenza di risposte organiche.

I rincari registrati tra il 2020 e il 2023, inizialmente legati all’emergenza sanitaria e alle turbolenze internazionali dei mercati energetici, non sono mai stati riassorbiti. Bollette, carburanti, alimentari e beni di prima necessità hanno mantenuto prezzi elevati anche quando le condizioni di approvvigionamento sono migliorate. L’inflazione, da fenomeno straordinario, si è trasformata in un processo strutturale, mentre i salari sono rimasti fermi. crollo salari

Questo scollamento produce un effetto gravissimo: famiglie che lavorano ma non riescono più a sostenere le spese ordinarie, consumi in costante calo, microimprese in affanno, sfiducia verso le istituzioni economiche. In un Paese con una domanda interna fragile, tutto ciò è incompatibile con qualsiasi ipotesi di ripresa.

Da anni, come Codacons, denunciamo l’assenza di una strategia per proteggere i consumatori. Chiediamo strumenti strutturali: un’autorità realmente indipendente per il monitoraggio dei prezzi, una revisione selettiva dell’IVA sui beni essenziali, meccanismi fiscali che sostengano i redditi medio-bassi. Non serve redistribuire l’illusione di un bonus, serve ripristinare l’equilibrio tra costi e potere d’acquisto.

Non è più tempo di interventi sporadici o dichiarazioni di principio. I dati sono ormai evidenti, e la loro lettura impone una responsabilità politica: quella di affrontare con urgenza una deriva sociale che colpisce milioni di italiani. Chi lavora, chi paga le tasse, chi contribuisce ogni giorno alla vita produttiva del Paese non può essere abbandonato alla logica del “mercato che si autoregola”.

Difendere il potere d’acquisto non è una battaglia ideologica: è una questione di equità democratica, di coesione sociale, di tutela costituzionale. Lo impongono i numeri. Lo impone la realtà.

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